venerdì, ottobre 06, 2006

6 ottobre 2006 venerdì
ecco fatto!
ecco il blog per la "rete"

19 commenti:

alba ha detto...

Successe in India. Tanto tempo fa. Una volta nel parco di Anatapindika, nella città di Jetavana presso Savatthi, religiosi, dotti e scienziati litigavano furiosamente, si accapigliavano, si offendevano. Ognuno pensava di dire ciò che era giusto e ciò che era sbagliato e ognuno aveva l’idea che era giusto ciò che diceva lui e sbagliato quello che diceva un altro. Ognuno era così convinto di essere dalla parte della ragione che neanche ascoltava quello che l’altro aveva da dire e appena si accorgeva che voleva dire qualcosa di diverso lo offendeva dicendo: «È giusto come la penso io, la tua idea è sbagliata». E l’altro lo stesso: «Ma che dici? La mia è l’idea giusta, è la tua che è sbagliata». E litigavano ancora. Per lo più litigavano per un fatto: che uno diceva che l’universo è grande grande grande, così grande che praticamente non ha né una fine e né un inizio. Praticamente: l’universo è infinito. Ma l’altro non era d’accordo perché diceva che invece il mondo è finito e faceva un disegno del villaggio in cui vivevano per dimostrarlo. Ma non litigavano solo per questo. C’era chi diceva che gli animali hanno un’anima e chi diceva di no. Uno che il tempo non ha né un inizio e né una fine – come quell’altro aveva detto dell’universo – e l’altro santone si stropicciava la barba e iniziava a contare «uno due tre… mille… vedi che si può contare il tempo? Quindi se si può contare con i numeri a un certo punto finirà!» Nonostante fossero tutte persone molto colte e istruite ognuno però usava la sua sapienza per offendere con le parole l’altro. Uno diceva: «Sei uno stupido. La terra gira, altro che ferma». E l’altro: «Se gira allora tutto dovrebbe cambiare sempre». Poi si davano dello sciocco perché per uno la terra era rotonda e per un altro piatta. Insomma in questa città, che si chiamava Savatthi, regnava una grande confusione. Ma per fortuna tra tutti i saggi ce n’era uno di gran lunga più saggio. Tanto saggio da non cadere nei facili tranelli delle discussioni, da vivere in disparte e con modestia ma sempre disposto ad accettare l’idea espressa da un’altra persona. Questa sua serenità lo rendeva ancora più saggio ed era da tutti riconosciuto come un saggio dei saggi. Anzi diciamo pure il saggio per eccellenza. Ma il nostro dotto amico, saputo di quello strano conflitto, si era molto contrariato perché pensava che era buffo che persone così intelligenti e profonde non riuscissero a trovare un accordo sulla loro ricerca di verità e che fossero convinte che la loro verità fosse così giusta da offendere quella dell’altro. Avrebbe potuto intervenire anche lui cercando di capire cosa diceva uno e cosa l’altro, ma rendendosi conto che non sarebbe servito a nulla entrare nella discussione decise di raccontare una storia che li aiutasse a capire. La storia che gli raccontò era quella di un gruppo di ciechi e di un elefante. E la storia diceva così. Cari monaci, un re in un tempo molto antico, in questa stessa città mandò a chiamare tutti coloro che erano nati ciechi. Dopo che questi si furono raccolti in una piazza mandò a chiamare il proprietario di un elefante a cui fece portare in piazza l’animale. Poi chiamando a uno a uno i ciechi diceva loro: questo è un elefante, secondo te a cosa somiglia? E uno diceva una caldaia, un altro un mantice a seconda della parte dell’animale che gli era stata fatta toccare. Un altro toccava la proboscide e diceva il ramo di un albero. Per uno le zanne erano un aratro. Per un altro il ventre era un granaio. Chi aveva toccato le zampe le aveva scambiate per le colonne di un tempio, chi aveva toccato la coda aveva detto la fune di una barca, chi aveva messo la mano sull’orecchio aveva detto un tappeto. Quando ognuno incontrò l’altro dicendo quello a cui secondo lui somigliava l’animale discutevano animatamente perché ognuno era convinto assolutamente di quello che aveva toccato. Perciò se gli chiedevano a cosa somigliasse un elefante diceva l’oggetto che gli era sembrato di toccare. Naturalmente se uno diceva un mantice e l’altro una caldaia volavano gli insulti perché nessuno metteva in dubbio quello che aveva sentito toccando la parte del corpo dell’elefante. Il re vedendoli così convinti della loro sicurezza e litigiosi si divertiva un mondo. Ma alla fine decise di aiutarli a capire, e a due a due li invitava a toccare quello che aveva toccato l’altro e a chiedergli a cosa somigliasse. Così tutti dicevano quello che sosteneva l’altro e si invertivano i ruoli. Come se fosse stato un gioco li invitò a parlare tra di loro e alla fine tutti si formarono l’idea di come in realtà l’elefante fosse. Tutti furono d’accordo che era un mantice con un ramo di un albero nel mezzo e a lato un aratro con due tappeti sopra un granaio sostenuto da colonne e tirato da una fune di barca. Dopo che il saggio Maestro ebbe finito di raccontare questa storia disse: «Miei saggi discepoli voi fate la stessa cosa. Non sapete ciò che è giusto e ciò che è sbagliato né ciò che è bene e ciò che è male e per questo litigate, vi accapigliate e vi insultate. Se ognuno di voi parlasse e ascoltasse l’altro contemporaneamente la verità vi apparirebbe come una anche se ha molte forme».

Questa parabola è tratta dagli Udana.

alba ha detto...

oggi è 6 per esempio ... ma sette è un numero più bello per iniziare

cherubino ha detto...

It was six men of Indostan
To learning much inclined,
Who went to see the Elephant
(Though all of them were blind),
That each by observation
Might satisfy his mind.

The First approached the Elephant,
And happening to fall
Against his broad and sturdy side,
At once began to bawl:
“God bless me! but the Elephant
Is very like a wall!”

The Second, feeling of the tusk,
Cried, “Ho! what have we here
So very round and smooth and sharp?
To me ’tis mighty clear
This wonder of an Elephant
Is very like a spear!”

The Third approached the animal,
And happening to take
The squirming trunk within his hands,
Thus boldly up and spake:
“I see,” quoth he, “the Elephant
Is very like a snake!”

The Fourth reached out an eager hand,
And felt about the knee.
“What most this wondrous beast is like
Is mighty plain,” quoth he;
“ ‘Tis clear enough the Elephant
Is very like a tree!”

The Fifth, who chanced to touch the ear,
Said: “E’en the blindest man
Can tell what this resembles most;
Deny the fact who can
This marvel of an Elephant
Is very like a fan!”

The Sixth no sooner had begun
About the beast to grope,
Than, seizing on the swinging tail
That fell within his scope,
“I see,” quoth he, “the Elephant
Is very like a rope!”

And so these men of Indostan
Disputed loud and long,
Each in his own opinion
Exceeding stiff and strong,
Though each was partly in the right,
And all were in the wrong!

Moral:

So oft in theologic wars,
The disputants, I ween,
Rail on in utter ignorance
Of what each other mean,
And prate about an Elephant
Not one of them has seen!
It was six men of Indostan
To learning much inclined,
Who went to see the Elephant
(Though all of them were blind),
That each by observation
Might satisfy his mind.

michele ha detto...

Tempo fa ho visto un ennesimo film americano sul tema dell'American Dream, che sarebbe la possibilità (libertà?) tanto decantata di poter realizzare il proprio obiettivo nella società americana per quanto diddicile o lontano esso sia. Sopratutto indipendentemente dalle condizioni iniziali di partenza, che tu sia povero, nero, anormale, o altro ancora. Ricordo che uscii dal cinema un pò annoiato per aver visto ancora una volta una storia su questo tema... quando improvvisamente, e per la prima volta, un pensiero passeggiò per la mia mente... ma noi italiani abbiamo un Italian Dream? Esiste un desiderio che accomuni me con tanti altri italiani come me? Un desiderio che abbia la possibilità di essere realizzato (o almeno di provarci) perchè, oltre la mia volontà e la mia azione, esiste anche la volontà e l'azione della società italiana di rendere vivo e vero questo eventuale Italian Dream?... Ci sto ancora pensando...

alba ha detto...

il popolo italiano ... un grande popolo costretto a tutt'oggi a viver in Italia.
C. Guzzanti

rocco ha detto...

No, giusto per capire: Secondo voi il blog è qualcosa su cui ognuno scrive quel cazzo che gli pare? O bisogna per forza parlare di elefanti?

alba ha detto...

che stile rocco!
quanto mi piaci!!!
comunque scrivi quel cazzo che ti pare!

alba ha detto...

... anche il pastore tedesco della Chiesa di Roma ha parlato dei ciechi e l'elefante.
Una lunga disquisizione che parava alla condanna del relativismo.
Parlava di "ratio" che non sempre è "recta ratio". Che la verità esiste nello stupore della conoscenza, la verità è oltre la ratio... il divino...
...
io penso che, alla fine, comunque, sti ciechi intorno all'elefante una verità comune l'avevano a disposizione.
La verità è che l'elefante PUZZA. E puzza in qualsiasi posizione lo si accosti. E la puzza dell'elefante è la puzza dell'elefante e di nessun altro essere vivente.
O no?
Mah ... vabbè ... che si disquisisqua pure!

alba ha detto...

michele a proposito ... io sento che gli italiani , ma forse è la mia condizione odierna che si riflette, nei loro cassetti non hanno sogni ... ma solo mutandine!
Alcune hanno anche stampato sul davanti "I have a drem"!

alba ha detto...

acci ... dream ... naggia

rocco ha detto...

Beh, ora che abbiamo intrapreso un percorso irreversibilmente scatologico sulle "puzze" degli elefanti ... MI E' TUTTO CHIARO!!
Parliamo quindi di deiezioni.
Albi, a parte il fatto che non so dove tu abbia accumulato tutta 'sta sicurezza sul fatto che gli elefanti puzzano. Hai lavorato per caso in un circo? O sei cieca? No, perchè, come al solito, non si capisce se la "verità" di cui parli l'attribuisci ai ciechi ("... sti ciechi intorno all'elefante una verità comune l'avevano a disposizione..."). O se, invece, sei portatrice di istanze personali ("... La verità è che l'elefante PUZZA..."). Perchè, in un caso, mi devi spiegare che cazzo voglioni sti ciechi dagli elefanti-che-puzzano. Dobbiamo ancora perpetuare questo buonismo ipocrita del tipo "meschino, ciallandicapp. Bisogna comprenderlo". Perchè non è che ciallandicapp e sente più puzza di me o di te. Al massimo, il cieco si può lamentare perchè inciampa nella merda dell'elefante e la pesta. Poi, se ha pure le infradito, si inzacchera i piedi, le caviglie e, se la merda è alta, pure i ginocchi (ma si dice ginocci o ginocchia? Boh). Ma, vivaddio, che cambia se invece di merda di elefante è merda di cane? O di omo? Che, l'omo "puzza" solo perchè caca? E se si, "puzza" di più o di meno a seconda che sia cieco? A meno che tu non ti riferissi ai Cechi. Perchè quelli, nella Cechia, mangiano delle cose nzulze. Io lo so, perchè ci sono stato nella Cechia, col Bonetti.
E poi, mia cara Albi-so-tutto-io, mi devi spiegare perchè esistono un sacco di nomi di profumi che citano l'elefante: Elephants & Tower, Elefant mon amour, Dasvidanja Grucheski (questo è russo). Che so' stupidi quelli che fanno il marketing dei profumi, che mettono sull'etichetta una cosa che "puzza"?
Vabbè. Io la mia l'ho detta. Ma questo blog langue. E' il blog più languido che abbia visto. Non so se ci scriverò ancora. Fine

alba ha detto...

caro rocco,
che tu non ci scriva più non la interpreto come minaccia.
A questo punto direi che sarebbe una mia fortuna.
Per il resto, ho frequentato sia circhi che zoo.
Sono posti in cui si portano i bambini. Per insegnarli la tristezza del mondo. Con la speranza che in futuro incontrando "cinici incalliti e supponenti" razza omo, maschile molto singolare, possano difendersi.
Per quanto ne so io ( e questo non significa che so tutto) gli elefanti puzzano, ma il senso del discorso era un altro.
Ma non ha senso spiegartelo in questa istanza, perchè vedo che non ti interessa.
Ho solo una domanda per te : "Ma che cazzo vuoi?
Quindi caro Rocco, adieu

rocco ha detto...

Veramente, tutto sto' senso del discorso io non l'ho mica capito. A meno che non vi sia un sottile fil rouge che unisce ciechi, elefanti, dreams, mutandine e pastori. Se è così, me lo dovresti spiegare, cara Albi.
Poi, la verità è che io giro per la rete, vedo blog, scrivo post. Ma se ce dovemo scrivere io e te dammi la tua mail, almeno ti dico cosa penso realmente senza che Celestino e Michele (che sono scomparsi) possano, un giorno, leggere quello che penso realmente di te.
Ma prima una pregunta, por favor: ma tu, sotto panni, come sei messa? Ce stò robba? Ce stà sostanza?

alba ha detto...

Rocco, non ho parole ... solo parolacce!
(tu m'insegni!)

rocco ha detto...

Vabbè. Perdiamoci di vista. Addio

alba ha detto...

Bene, un new "Marco Travaglio" in un blog lo trovo molto demodè ...
l'addio è valido se il tuo ciclo ormonale è perennemente squilibrato.

cherubino ha detto...

ma voi lo sapete che abbiamo gli stessi geni degli elefanti? e dei bradipi, dei topi e delle tope? questo apre possibilita' insospettate alla razza umana

alba ha detto...

... quindi qualche speranza c'è

alba ha detto...

GLI SCIACALLI E L'ELEFANTE


Chi sciacalli avevano mangiato tutte le carogne che c'erano nei bosco, e non avevano più da mangiare. Ed ecco che a un vecchio sciacallo venne in mente un modo di trovare da sfamarsi. Andò dall'elefante e g1i disse:
- Noialtri avevamo un re, ma da un pò di tempo non fila dritto: ci ordina di fare certe cose, che non è possibile eseguire. Noi ci vogliamo scegliere un altro re, e il nostro popolo mi ha mandato appunto a pregarti di diventare tu il re nostro. Si campa bene, da noi: qualunque cosa tu ci comanderai, noi la faremo, e ti rispetteremo in tutto. Vieni nel nostro regno.
L'elefante acconsentì, e andò dietro allo sciacallo. Lo sciacallo lo condusse in una palude. Quando l'elefante fu ben affondato nel fango, lo sciacallo gli disse: - Adesso, comanda pure: qualunque cosa ci ordini, noi la faremo. L'elefante rispose: - Io vi comando di tirarmi fuori di qui.
Lo sciacallo si mise a ridere, e disse: - Attaccati con la proboscide alla coda mia, e subito ti tiro fuori. Rispose l'elefante: - Ti pare possibile con la coda, tirar fuori me?
Allora lo sciacallo gli disse: - E perché, dunque, tu comandi una cosa che non si può fare? Apposta abbiamo cacciato via il re di prima, perché ci comandava certe cose che non si potevano eseguire. Quando l'elefante, lì nella palude, fu morto, gli sciacalli vennero e se lo mangiarono.