foto dal terrazzo del mio ufficio Arrivo a casa e scrivo una storia.
Ero nella stanza, in ufficio.
Dalla finestra treni che partivano, gabbiani e uccelli neri ... di che razza e nome non mi è dato sapere ... corvi?
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E sto per iniziare una storia ... una delle tante che sopraggiungono, così a sorpresa e che sei portata a dire "è da raccontare".
E la sera arrivi a casa e ti trovi una figlia col broncio che ti dice "ho telefonato alla nonna ...
rosica perchè io mi diverto".
E non so perchè e lo so e non so perchè, mi risveglia un qualcosa di lontanissimo, atavico e mi ritrovo presa da un profondo, il profondo della terra, dal magma rosso con macchioline gialle scattanti e ribollenti, localizzato indistintamente ma cocentemente nel profondo di un cuore, del mio o di uno ics... cuore. Questo Asso con quattro A agli angoli che vale uno. Il cuore è uno.
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Allora, dicevo, arrivo a casa e mi dico "scrivo una storia". E' quel che "posso". Ma arriva il "devo" che mi prende alle spalle e mi dice a denti stretti "ma che storia e storia ... ci sono piatti da una settimana da lavare e cena da preparare". Ecco, la cosa che non tollero è essere colta alle spalle ... e mi agito e con voce rantolante da posseduta affronto il "devo" ha brutto muso facendo esplodere un "menefotto" di quelli storici. Ma il "posso" si turba con questo tipo di scenate, troppo sensibile, un senza pelle con solo fascie di nervi e nervetti baldanzosi e subito pronti alle lacrime che immediatamente mi offre con quell'aria da terapista che ha un animo. Per cui mi ritrovo con il lutto antico, che si fa in presenza mia, presente. Un lutto antico che, nonostante lo porti con stretta osservanza delle regole, ancora non si elabora. Un lutto del mondo. Che farsene?
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Dicevo ...
Arrivo a casa e "scrivo una storia" ...
oddio ... cossiga parla in televisione ... va bè ... non c'è storia!